Il Pensiero Pedagogico

Il movimento e l’apprendimento.

“(…)Non è bene tagliare la vita in due, occupando le membra con lo sport e la testa con la lettura di un libro. La vita dev’essere una cosa sola, specialmente nei primissimi anni, quando il bambino deve costruire se stesso secondo il piano e le leggi del suo sviluppo.”  

La mente del bambino. Montessori, 1952.

Maria Montessori, più di sessant’anni fa, metteva in guardia sul rischio di separare corpo e mente per trattarli come due entità distinte che funzionano indipendentemente l’una dall’altra. Eppure, ancora oggi, dopo diversi cambiamenti sociologici e nuove teorie in campo educativo, la scuola, per lo più, risulta ancora essere un luogo di separazione più che inclusione.

L’apprendimento è principalmente cognitivo, si insegnano delle materie leggendo libri o ascoltando la maestra che spiega dei concetti o propone attività, sempre seduti al banco (al massimo può cambiare la disposizione dei banchi), con carta e penna (al massimo può esserci la lavagna elettronica), e possibilmente in silenzio e fermi. Non perché le maestre vogliano punire a priori i propri alunni ma perché questo è il sistema che maggiormente favorisce questo tipo di apprendimento.

Il corpo a scuola viene preso in considerazione, ma durante l’ora di ginnastica (o educazione motoria come si vuole chiamare), spesso affidata ad un esperto esterno che insegna una disciplina sportiva in particolare. Anche qui il bambino è poi valutato secondo obiettivi e competenze e seguendo la logica della performance come risultato finale del processo scolastico.

La parola scuola deriva dal greco schola che rinvia all’idea di ozio e al tempo libero. Ozio inteso non come il semplice far niente ma, piuttosto, come una condizione esistenziale meglio nota come epoché, vale a dire sospensione. Nell’antica Grecia il pedagogista era colui che accompagnava il fanciullo a scuola per intrattenersi con maestri e filosofi il cui compito era quello di affrontare la conoscenza nella sua globalità e intesa come: epistheme, techné e areté.

L’epistheme, l’attuale epistemologia, ne considerava gli aspetti più “astratti”; è la riflessione sul sapere, dove ci si pone domande come perché devo conoscere? Cos’è la conoscenza? L’epistheme diventa una precondizione necessaria alla vita, alla costruzione del proprio atteggiamento e sguardo sulla vita.

La techné è “relativa all’arte”, le modalità della sua riproduzione, in qualche modo conoscere gli strumenti che posso usare per rendere attivo un sapere.

Infine, l’areté, l’etica, è la nozione del bene e del male, il suo valore morale.

Tutto ciò era attuato in un progetto organico, che noi oggi chiameremo ecologico o olistico, il cui scopo era veramente quello di contribuire alla formazione di cittadini liberi e consapevoli, in grado di scegliere.

Fino al ‘600 questo è stato il modello scolastico in seguito smembrato in differenti settori disciplinari. “(…) La storia della scuola è poi diventata quella di una progressiva “disciplinarizzazione”, di uno smembramento e di una specializzazione dei suoi saperi, un’organizzazione disciplinare che incarna, secondo Michel Foucault, il modo specifico di esercizio del controllo da parte del potere nelle società occidentali”. (1)

Oggi le Indicazioni Ministeriali dichiarano l’importanza della scuola di contribuire a formare futuri cittadini responsabili e consapevoli; ma per diventare adulti responsabili, in grado di scegliere, di riconoscere il proprio posto all’interno della comunità e sapere come agire con il proprio contributo, è necessario conoscere, acquisire senso critico, avere il coraggio e la possibilità di vivere secondo la propria visione della vita, sempre nel pieno rispetto dell’altro.

In una parola bisogna essere liberi.

In campo educativo, la libertà implica un movimento che non è controllabile a priori, implica seguire un percorso che non sempre è quello pre-definito, che può non essere uguale per tutti, implica un tendere verso qualcosa in cui non sempre o non subito si vedono i risultati, ma è il percorso stesso, il movimento verso la conoscenza che dà valore alla crescita. In quest’ottica allora la scuola può ritornare ad essere un luogo “altro”, dove poter vivere delle esperienze, diverse da quelle conosciute e difficili da vivere altrove, un luogo in cui praticare il tempo libero, inteso come tempo dedicato a sé e alla cura della propria crescita (fare epoché). Tutto ciò per realizzarsi deve passare attraverso il piacere, il piacere dell’esperienza, della scoperta che dà lo slancio, la motivazione a continuare il percorso di apprendimento verso nuove strade, non conosciute. La scuola deve tornare ad essere il luogo del qui e ora, non il luogo che prepara a ciò che avverrà.

Oggi la scuola dell’infanzia prepara i bambini alla scuola primaria con attività di pre-scrittura, pre-calcolo, ecc, per renderli pronti al cambiamento. In prima elementare, poi, i bambini sono prepararati per affrontare la classe successiva e via via fino alla scuola media, dove si opera per essere pronti al mondo del lavoro o al nuovo indirizzo di studi. Come se ad un bimbo che deve imparare a camminare lo facessimo andare in bicicletta pensando che questo possa essere il modo migliore per prepararlo alla posizione eretta. Forse sarebbe meglio lasciare semplicemente vivere al bambino le sue esperienze, nel momento in cui è pronto a farle senza anticipare ma, semmai, attendendo.

E’ proprio questa, a mio avviso, la difficoltà più grande per un educatore. Attendere senza intervenire, osservare a lungo e sistematicamente prima di parlare, accettare di non poter omologare i tempi dei bambini in un unico e uguale percorso scolastico scandito da programmi, lezioni e votazioni. Tutto ciò è difficile, perché non è possibile controllarlo né prevederlo a priori e perché, a tutt’oggi,  l’insegnante è colui che deve trasmettere nozioni e dare risposte.

In questo senso, il metodo Montessori ci può dare notevoli spunti pedagogici ed operativi per pensare ad una scuola nuova. L’utilizzo di materiali di sviluppo al posto della lezione frontale, la possibilità di fare realmente un percorso differenziato ogni giorno e per ogni bambino in base ai suoi interessi, un ambiente predisposto e a misura, un’attenta e accurata osservazione da parte degli insegnanti nonché una loro specifica preparazione sono solo alcuni dei principali temi che possono realmente cambiare l’idea tradizionale di fare scuola.

In questa riflessione, però, vorrei soffermarmi in particolare sul corpo e il movimento in relazione all’apprendimento.

Montessori scrive: “Il movimento non è soltanto espressione dell’io, ma fattore indispensabile per la costruzione della coscienza, essendo l’unico mezzo tangibile che pone l’io in relazioni ben determinate con la realtà esterna. Perciò il movimento è un fattore essenziale per la costruzione della intelligenza, che si alimenta e vive di acquisizioni ottenute dall’ambiente esteriore”.

Aveva già intuito, quindi, l’importanza di collegare l’apprendimento al movimento e ai sensi e le successive ricerche nel campo delle neuroscienze hanno, in parte, confermato le sue idee. Montessori stessa, infatti, metteva in guardia le sue insegnanti dalla tendenza ad associare, a scuola, ciò che è bene con l’immobilità e ciò che è male con il movimento.

Possiamo dire che tutta la sua pedagogia si basa sull’apprendimento attraverso l’esperienza diretta dei sensi,  del movimento e del corpo.

Nelle sue scuole spesso preparava, insieme ai bambini, dei biscotti a forma di lettere dell’alfabeto che poi venivano assaggiati dai bambini stessi. Questo è un esempio di reale “incorporazione” della conoscenza!

La maggior parte dei suoi materiali di sviluppo, poi, sono studiati per essere vissuti attraverso i sensi: il tatto principalmente ma anche la vista, l’olfatto o l’udito.

Dapprima il bambino fa, esplora, sperimenta toccando, ascoltando, annusando muovendosi con tutto il corpo e solo in seguito teorizza la conoscenza.

I bambini in una scuola Montessori, infatti, possono scegliere liberamente dove lavorare, se seduti al banco o per terra o in piedi. Sono loro stessi che scoprono qual è la posizione migliore per loro, quella che può agevolare la concentrazione e stancare meno, e anche questo passa attraverso l’esperienza, il “provare” diverse possibilità. Anche le presentazioni dei materiali di sviluppo avvengono per terra con l’utilizzo di un tappeto, individualmente o in piccolo gruppo.

Tutte le lezioni montessoriane sono sviluppate con un approccio fondamentalmente diverso rispetto alla scuola tradizionale. Si avvicinano maggiormente all’idea di “problem solving” piuttosto che alla lezione frontale. Invece di partire dalla presentazione di un concetto illustrandolo o spiegandolo a tutta la classe, il metodo Montessori parte spesso da una situazione-problema da risolvere provando diverse strategie.

Ciò è molto evidente in Educazione Cosmica in cui i nuovi argomenti sono presentati con passeggiate nel bosco, se si può, o con l’osservazione in classe di piante, fiori o animali portati a scuola. Anche la frutta, per esempio, è portata fisicamente in aula, si taglia, si osserva, si analizza e poi si mangia insieme ai bambini. Gesti semplici, della vita quotidiana ma che a scuola ora non si possono più fare per regolamenti sanitari che al posto di tutelare stanno, invece, imprigionando un’esperienza scolastica che si sta inaridendo.

Nelle scuole montessoriane, si fanno anche esperimenti di botanica o di fisica in cui i bambini, partendo da una curiosità, si pongono una domanda, formulano delle ipotesi e, in seguito, le verificano nella pratica osservando ciò che è successo nell’esperimento, seguendo, quindi, lo stesso procedimento di uno scienziato che arriva alla conoscenza per tentativi ed errori.

Altri esempi possono essere il gioco delle bandiere, gli inni nazionali con la musica del pianoforte, il compleanno montessoriano in cui si cammina in cerchio attorno al sole (tanti giri quanti sono gli anni), o nella striscia della vita in cui si cammina lungo il corridoio stendendo tutta la striscia nella sua lunghezza e osservando realmente le proporzioni fra le ere.

In Psicoaritmetica, poi, tutto il corpo si muove nella costruzione delle catene del 100 o del 1000 o lavorando con le aste numeriche, sperimentando un reale e “vivo” approccio al numero e alla quantità.

In psicogrammatica ci si muove in tutta l’aula o la scuola per eseguire i comandi delle azioni, dei verbi o dei nomi e ancora ci si muove interpretando le drammatizzazioni delle letture interpretate.

Tutto è, quindi, apprendimento attraverso il movimento del corpo. E, ovviamente, dei sensi. Tutti i materiali di sviluppo, infatti, partono da un’esperienza sensoriale che va rinforzata nel tempo con l’esercizio e, solo successivamente, “fissata” scrivendo e lavorando sul quaderno. Secondo Montessori, il materiale non serve per insegnare (non è un materiale didattico) ma “il suo fine è di intrattenere la mente del fanciullo con esercizi che lo conducano al ragionamento e alla ricerca della prova di fatti presentati in maniera operativa e attraente.” (Montessori, 1934). L’insegnante mette a portata del bambino i materiali adatti a stimolare e attivare i suoi sensi e il movimento attraverso i quali avviene l’apprendimento.

Da qui la verifica scientifica dell’importanza di dover integrare sempre di più mente e corpo in un unico e continuo dialogo.

           Come anticipato, tutto ciò porta con sé altri aspetti fondamentali per un rinnovamento della scuola e affrontati già da Montessori, come l’ambiente, il ruolo dell’insegnante, le modalità di apprendimento.

Tutti temi fondamentali, che meritano uno spazio e un approfondimento maggiori…in un prossimo articolo!

Francesca Baldini

  • (1), (2) (Seminario “Insegnare per competenze: una sfida possibile in ambito motorio”, Ivano Gamelli, 2013).

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